Il carico mentale delle donne: dobbiamo parlarne

Mar 14, 2025 | Donne, In primo piano, Parità di genere, Ultime novità | 0 commenti

C’è un lavoro silenzioso, invisibile, che pesa sulle spalle delle donne ogni giorno. Non appare nei contratti, non si riflette sugli stipendi, non viene riconosciuto ufficialmente ma assorbe tempo, energia e serenità: è il carico mentale.

Cos’è il carico mentale

Il concetto di carico mentale delle donne si riferisce a quell’insieme di responsabilità legate alla gestione della casa, della famiglia, dell’organizzazione quotidiana. Non si tratta solo di fare, ma di pensare, pianificare, organizzare e prevedere.

Ricordarsi di comprare il latte prima che finisca, organizzare le visite mediche dei figli, sapere cosa manca nel frigorifero, gestire gli impegni scolastici, prendersi cura degli anziani, coordinare gli appuntamenti di tutta la famiglia: sono tutte attività che gravano, per la maggior parte, sulle donne. Non si tratta solo di una questione pratica, ma di un’eredità culturale, un retaggio che ci portiamo dietro da anni e che ancora oggi attribuisce alle donne il ruolo di “manager della casa“. Ovviamente senza retribuzione e senza contratto.

Il carico mentale tra passato e presente

Anche nelle coppie moderne, dove entrambi i partner lavorano, la distribuzione del carico mentale rimane squilibrata. Gli uomini possono collaborare, ma spesso lo fanno eseguendo compiti assegnati, senza prendere l’iniziativa di gestire la pianificazione e l’organizzazione.

Le radici di questo problema affondano in una lunga storia di ruoli di genere prestabiliti. Per generazioni, le donne sono state socializzate per essere le principali responsabili della sfera domestica e della cura della famiglia, mentre gli uomini venivano educati a focalizzarsi sul lavoro e sul sostentamento economico.

Sebbene la società sia cambiata e le donne siano oggi presenti in ogni ambito lavorativo e professionale, ancora troppo poco e sottopagate, la distribuzione delle responsabilità domestiche non ha seguito lo stesso ritmo di evoluzione. Questo carico mentale delle donne però, porta a delle conseguenze pesanti proprio a causa di questo squilibrio che ancora è presente.

In cosa si traduce il carico mentale

Il carico mentale si traduce in stress, ansia, esaurimento emotivo e minor tempo libero per le donne. Il peso costante della gestione familiare incide sulla loro carriera, sulla loro salute mentale e sulla loro qualità della vita.

Spesso si parla di “multitasking femminile” con un certo orgoglio, ma la verità è che questa continua divisione dell’attenzione porta a un sovraccarico psicologico che mina il benessere e, consentitemelo, non è raro che all’uomo faccia comodo il nostro essere multitasking.

Molte donne si ritrovano a vivere in una costante sensazione di stanchezza mentale, come se fossero sempre “in servizio”. Anche nei momenti di riposo, la loro mente è occupata dal pensiero di cosa debba essere fatto, da liste mentali che si accumulano senza tregua. Questo ha conseguenze non solo sulla loro salute mentale, ma anche sulle relazioni personali: la frustrazione e il senso di solitudine possono portare a tensioni con il partner e con i figli, aumentando il rischio di burnout familiare.

Uno studio condotto in diversi paesi ha evidenziato che le donne dedicano in media il doppio del tempo rispetto agli uomini alla gestione della casa e della famiglia, anche quando lavorano a tempo pieno. Il problema non è solo il tempo dedicato, ma il peso mentale che questo comporta.

Gli uomini, infatti, spesso si occupano di compiti specifici quando richiesto, ma raramente si assumono la responsabilità della pianificazione e dell’organizzazione complessiva.

Il carico mentale è anche una questione di equità

Il tempo e l’energia spesi per la gestione domestica potrebbero essere impiegati in altro modo, per la crescita personale, il riposo, la carriera o semplicemente per il piacere di avere momenti di svago.

Se le donne potessero “liberare” parte di questo carico, potrebbero avere più opportunità di avanzamento professionale e di realizzazione personale.

Il primo passo per ridurre il carico mentale delle donne è riconoscerne l’esistenza. Finché si darà per scontato che sia “normale” che le donne debbano occuparsi di tutto, nulla cambierà. Serve un cambiamento culturale profondo, che passi attraverso l’educazione e una diversa distribuzione delle responsabilità domestiche.

Gli uomini devono essere coinvolti in modo attivo, non come “aiutanti” ma come parte integrante della gestione familiare. Ciò significa prendere l’iniziativa nella pianificazione delle attività, senza aspettare di essere istruiti o delegati. Le famiglie dovrebbero discutere apertamente della ripartizione del lavoro domestico, creando un sistema equo e condiviso. Dobbiamo parlarne. Non solo tra donne, ma con i nostri partner, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Il carico mentale non è un destino delle donne, ma una realtà che possiamo e dobbiamo cambiare.

Cambiamento culturale

Ognuno di noi può fare la propria parte per rompere il circolo vizioso di questa ingiustizia silenziosa.

Parliamone con i nostri figli e figlie, per educarli a una condivisione equa delle responsabilità. Parliamone con i nostri partner, per costruire relazioni basate sulla collaborazione e il rispetto. Parliamone con i nostri datori di lavoro, per pretendere condizioni di lavoro che permettano a tutti di conciliare vita professionale e personale.

Le aziende, inoltre, dovrebbero adottare politiche di conciliazione vita-lavoro che non diano per scontato che sia sempre la donna a doversi occupare della famiglia. Un congedo parentale più equamente distribuito, ma qui deve intervenire la legge in modo più concreto, una maggiore flessibilità lavorativa per entrambi i genitori e una cultura aziendale che non penalizzi chi si prende cura dei figli potrebbero fare la differenza.

Infine, la società deve smettere di premiare l’eroismo delle donne che “fanno tutto”, per iniziare a promuovere una vera condivisione delle responsabilità. I media, la pubblicità e i modelli culturali devono cambiare per riflettere nuove realtà familiari in cui il peso delle responsabilità è equamente distribuito.

E tu, amica mia, come lo vivi?

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