Il personal branding sta diventando una nuova forma di pressione femminile?

Giu 29, 2026 | Curiosità varie, Donne, In primo piano, Ultime novità | 0 commenti

Per anni ci hanno detto che bastava essere brave, poi abbiamo scoperto che non era sufficiente, bisognava essere preparate, disponibili, sorridenti, competenti, empatiche. E oggi sembra che tutto questo non basti ancora; oggi dobbiamo anche essere un brand. Avere una presenza online coerente, curare LinkedIn, pubblicare contenuti con costanza, essere riconoscibili, raccontare la propria storia, costruire autorevolezza, mostrare risultati, ma senza sembrare arroganti. Essere autentiche, ma non troppo spontanee, dobbiamo esporci, ma senza dare fastidio.

Il personal branding è diventato una competenza importante nel mondo del lavoro senza ombra di dubbio, ma la domanda che mi pongo è un’altra, per molte donne.

Il personal branding diventando anche una nuova forma di pressione?

Vorrei essere chiara, il personal branding, nella sua definizione più corretta, non significa vendersi ma rendere visibile il proprio valore. È la capacità di comunicare chi siamo, quali competenze possediamo, quali valori guidano il nostro lavoro e quale contributo possiamo offrire. In un mercato sempre più competitivo è uno strumento prezioso, le persone scelgono persone, le aziende scelgono professionisti di cui comprendono identità, competenze e affidabilità. Essere invisibili oggi significa spesso perdere opportunità quindi il problema nasce quando da opportunità diventa obbligo.

Le donne conoscono bene il peso delle aspettative, per decenni hanno dovuto dimostrare di essere abbastanza in tutto, competenti, disponibili, forti, presenti in famiglia, performanti sul lavoro. Ora sembra essersi aggiunto un nuovo requisito, essere sempre comunicativamente perfette, bisogna saper raccontare. Non basta ottenere risultati, dobbiamo saperli esporre e dobbiamo rendere interessanti le competenze, essere coinvolgenti e possibilmente anche “instagrammabili”.

E qui nasce una nuova fatica, molti studi hanno evidenziato come la cosiddetta sindrome dell’impostore colpisca in misura significativa le donne, soprattutto nei ruoli di responsabilità. Questo perché spesso tendono a sottovalutare i propri risultati e ad attribuire i successi a fattori esterni piuttosto che alle proprie capacità. Se a questa insicurezza aggiungiamo la continua esposizione sui social, il risultato è evidente. Ci confrontiamo con professionisti che sembrano sempre perfetti, vincenti, sicuri, ma vediamo solo la loro vetrina e non il dietro le quinte. Il rischio è iniziare a credere che il nostro valore dipenda dalla nostra capacità di raccontarci più che da quella di fare.

Esiste poi un tema che raramente affrontiamo, le stesse caratteristiche vengono giudicate in modo diverso a seconda che a esprimerle sia un uomo o una donna.

La ricerca in psicologia organizzativa e negli studi sulla leadership mostra come comportamenti assertivi vengano spesso interpretati positivamente negli uomini, mentre nelle donne possano essere percepiti come aggressività o eccessiva ambizione. Succede anche nella comunicazione, un uomo che parla dei propri risultati viene spesso considerato sicuro di sé, una donna rischia ancora di essere definita autoreferenziale. Così molte professioniste finiscono per vivere un equilibrio quasi impossibile, se parlano poco, vengono notate meno, se parlano troppo, vengono giudicate.

I social ci hanno insegnato una cosa, essere visibili non significa necessariamente essere influenti

Un grande seguito non equivale automaticamente a una grande competenza, così come una persona molto competente può avere pochissima esposizione pubblica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva sovrapposizione tra reputazione e popolarità, sono due concetti completamente diversi: la reputazione si costruisce nel tempo, la popolarità può arrivare in pochi giorni, la prima nasce dalla fiducia, la seconda dall’attenzione e l’attenzione è sempre più difficile da gestire.

C’è un altro aspetto che mi preoccupa, molte donne vivono il personal branding come una nuova performance, il profilo, la foto, il post e il tono di voce perfetto. Ogni contenuto viene pensato, corretto, limato, riscritto per paura del giudizio, di sbagliare, di non essere abbastanza, ma la perfezione non genera fiducia, genera distanza. Le persone si riconoscono molto di più nell’autenticità che nell’impeccabilità.

Credo che dovremmo recuperare il significato originario del personal branding, non costruire un personaggio ma raccontare una persona con competenze, risultati, errori, valori e con una storia. Le persone cercano autenticità, coerenza, qualcuno di cui fidarsi. E la fiducia nasce quando ciò che raccontiamo coincide con ciò che siamo davvero.

Per molte donne il vero cambiamento non consiste nel pubblicare di più, ma nel sentirsi autorizzate a occupare spazio, a parlare delle proprie competenze senza sentirsi in colpa, a condividere un risultato senza minimizzarlo, a dire “l’ho fatto io” senza dover aggiungere subito che è stato solo un colpo di fortuna. Il personal branding dovrebbe servire proprio a questo, a dare voce a un valore che esiste già.

Secondo voi stiamo raccontando ciò che siamo o stiamo rincorrendo ciò che pensiamo gli altri vogliano vedere?

Perché nel momento in cui il personal branding diventa una maschera, smette di essere uno strumento di crescita e diventa soltanto un’altra forma di pressione. E le donne, di pressioni, ne hanno già sopportate abbastanza.

La sfida di oggi è avere il coraggio di costruire una reputazione autentica perché il nostro valore non nasce quando qualcuno mette un “mi piace”. Nasce molto prima, nel modo in cui lavoriamo, nelle relazioni che costruiamo, nelle persone che aiutiamo a crescere e nella coerenza con cui scegliamo, ogni giorno, di essere noi stesse.

Se posso dare un consiglio, è questo: costruite il vostro personal branding partendo da ciò che fate, non da ciò che pensate di dover sembrare. Non rincorrete gli algoritmi, rincorrete la coerenza, non cercate di essere ovunque, cercate di essere riconoscibili per i vostri valori. Non pubblicate per dimostrare qualcosa, ma per condividere ciò che avete imparato, ciò in cui credete e il contributo che potete offrire agli altri.

Un buon personal branding nasce dalla fiducia che le persone ripongono in voi nel tempo. È la somma delle vostre competenze, delle vostre parole, dei vostri comportamenti e della vostra credibilità. Per questo il mio invito è semplice: abbiate il coraggio di raccontarvi, ma senza trasformarvi in un personaggio. Lasciate che siano il vostro lavoro, la vostra etica e la vostra autenticità a costruire la vostra reputazione. Un’immagine può attirare l’attenzione per qualche secondo, una reputazione autentica, invece, può aprire porte per tutta la vita.

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