Ci sono imprese che nascono perché qualcuno individua un mercato e altre perché qualcuno individua un problema. E poi ce ne sono alcune che nascono quando quel problema, prima di essere un’opportunità imprenditoriale, è stato una domanda personale: dove vado quando non sto bene?
La storia imprenditoriale di Silvia Wang, almeno quella che conduce alla nascita di Serenis, parte anche da qui. Ed è questo l’aspetto che trovo più interessante del suo percorso: non tanto raccontare l’ennesima storia di una donna che “ce l’ha fatta”, espressione che rischia sempre di semplificare vite molto più complesse, quanto osservare come un bisogno realmente umano possa diventare il punto di partenza di un progetto imprenditoriale. Perché prendersi cura delle persone può essere una missione ma può essere anche un’impresa e non c’è nulla di contraddittorio in questo.
Chi è Silvia Wang
Silvia Wang nasce a Milano nel 1986 da genitori cinesi e cresce a Brescia. La sua storia familiare ha già dentro di sé il lavoro e l’imprenditorialità. I genitori arrivano in Italia molto giovani e lavorano duramente per costruire qui la propria vita. Wang ha raccontato più volte quanto il loro esempio abbia inciso sulla sua formazione e quanto siano stati importanti i loro sacrifici per permetterle di studiare. Si laurea con lode in Marketing alla Bocconi e poi sceglie di andare all’estero. Lavora nel mondo delle startup e delle imprese digitali, anche nel Sud-est asiatico. È un passaggio importante perché, quando torna in Italia, non torna soltanto con una formazione universitaria: porta con sé una cultura imprenditoriale legata alla velocità, alla sperimentazione, alla tecnologia e alla capacità di trasformare problemi quotidiani in servizi.
Nel 2015 fonda insieme a Marco Ogliengo, suo marito, ProntoPro, piattaforma digitale nata per mettere in contatto chi cerca un servizio con professionisti in grado di offrirlo. È la sua prima grande esperienza da founder. Nel 2018 arriva anche il Premio GammaDonna, riconoscimento dedicato all’imprenditoria femminile innovativa e nel 2021 Wang esce da ProntoPro. Potrebbe essere il momento in cui fermarsi, invece ricomincia. E, secondo me, è proprio il verbo ricominciare una delle chiavi più interessanti per leggere la sua storia. Siamo abituati a raccontare l’imprenditorialità attraverso la forza, la visione, il coraggio, la determinazione e l’ambizione, tutte caratteristiche reali e importanti. Ma Serenis nasce anche da qualcosa che nel linguaggio tradizionale dell’impresa abbiamo raccontato molto meno: una vulnerabilità.
Wang ha spiegato pubblicamente di aver sperimentato durante il periodo del Covid un disagio psicologico e di essersi trovata davanti a una difficoltà molto concreta: non sapere bene da dove cominciare per trovare un supporto adeguato. Da quell’esperienza nasce una domanda imprenditoriale: perché deve essere così difficile? E soprattutto: è possibile utilizzare la tecnologia per rendere più semplice l’accesso a professionisti qualificati?
Nel 2021 nasce Serenis, piattaforma dedicata al benessere mentale e alla psicoterapia online
Il dolore non ha l’obbligo di renderci migliori e la fragilità non deve necessariamente diventare produttiva. Ma qualche volta accade una cosa diversa: aver sperimentato personalmente un problema permette di vedere con maggiore chiarezza ciò che prima il mercato non riusciva a vedere. Ed è quello che trovo interessante nella storia di Silvia Wang.
La fragilità, in questo caso, non viene nascosta per costruire l’immagine dell’imprenditrice, diventa conoscenza. Parlare di salute mentale è relativamente facile ma costruire un’impresa che se ne occupi è molto più complesso perché qui la tecnologia incontra qualcosa che non può essere trattato come un normale prodotto digitale: la salute delle persone. Ed è proprio questa tensione a rendere interessante Serenis come caso imprenditoriale.
La tecnologia può facilitare l’accesso, può eliminare distanze geografiche, può consentire a una persona di svolgere una seduta da casa, ma la tecnologia non sostituisce la relazione terapeutica. È un confine fondamentale e la vera sfida è utilizzare la tecnologia per ridurre le barriere che separano una persona dalla cura, senza impoverire la qualità della cura stessa. È una distinzione che vale molto oltre Serenis e per tutto ciò che oggi chiamiamo innovazione. La tecnologia migliore qualche volta è quella che permette all’essere umano di arrivare più facilmente a un altro essere umano.
C’è poi una barriera, quella culturale; per molti anni la salute mentale è rimasta confinata dentro un vocabolario fatto di vergogna, paura e stigma. Andare dallo psicologo significava spesso dover giustificare qualcosa. Come se prendersi cura della propria mente fosse ammesso soltanto quando la sofferenza fosse diventata abbastanza grave da renderlo inevitabile.
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, la pandemia ha contribuito a rendere più visibili fragilità che esistevano già. Il dibattito pubblico sulla salute mentale è cresciuto e le generazioni più giovani hanno portato una maggiore disponibilità a parlarne.
Ma sarebbe ingenuo pensare che lo stigma sia scomparso, per questo trovo significativa l’ambizione dichiarata da Serenis: contribuire a rendere la cura della salute mentale qualcosa di normale e accessibile. La parola che mi interessa è proprio normale. La vera rivoluzione culturale avverrà quando potremo semplicemente considerarlo uno dei modi attraverso cui una persona decide di prendersi cura di sé.
C’è un pregiudizio che trovo interessante osservare. Quando utilizziamo parole come cura, benessere, fragilità e salute mentale, tendiamo a collocarle in un universo quasi opposto rispetto a quello dell’impresa. Da una parte il profitto e dall’altra la cura, ma questa contrapposizione rischia di essere troppo semplice e la domanda interessante è: come si fa a fare impresa intorno alla cura delle persone?
Maternità, supporto ed emancipazione femminile
Comunque, c’è un altro aspetto interessante della storia di Silvia Wang che merita attenzione. È una donna che ha costruito aziende, raccolto capitali, guidato team ed è diventata madre.
Il racconto tradizionale sarebbe quasi automatico: ecco una donna capace di fare tutto, ma Wang ha pubblicamente preso le distanze proprio da questa rappresentazione. Ha detto di non riconoscersi nel concetto di “super donna” e ha raccontato di aver avuto bisogno di aiuto per conciliare lavoro e figli.
Tutto questo è importante perché abbiamo trascorso anni a raccontare l’emancipazione femminile attraverso un modello impossibile: la donna che lavora come se non avesse una famiglia e gestisce la famiglia come se non lavorasse, quella che riesce sempre ad organizzare tutto. Wang ha raccontato anche un’altra esperienza, quando costruiva ProntoPro insieme al marito e partecipava agli incontri con gli investitori, le capitava di percepire un pregiudizio di genere: gli interlocutori tendevano a rivolgersi maggiormente a lui, presumendo che fosse l’uomo della coppia ad avere maggiore competenza su determinati temi. È una dinamica che molte donne conoscono in forme differenti.
La seconda esperienza imprenditoriale di Wang è stata diversa, lei stessa ha raccontato di aver avvertito meno quel pregiudizio, ma c’era una differenza importante: arrivava al nuovo progetto con un successo imprenditoriale già alle spalle. Ed è una considerazione che dovrebbe farci riflettere, perché una donna non dovrebbe essere costretta a dimostrare prima di essere eccezionale per poter essere considerata semplicemente competente.
Il welfare cresce con e nelle organizzazioni
L’aspetto più importante di Serenis che trovo particolarmente coerente con il prodotto che vende è il tentativo di portare alcuni principi di benessere anche nella propria organizzazione.
L’azienda dichiara di lavorare in modalità remote-first e, tra le misure presentate nella propria pagina dedicata alla cultura aziendale, indica flessibilità oraria, supporto psicologico, welfare e un mese aggiuntivo di maternità o paternità rispetto a quanto previsto dalla legge. Non vuol dire che esista l’azienda perfetta, perché quella non esiste e sarebbe sbagliato trasformare qualunque organizzazione in un modello ideale soltanto sulla base delle sue policy dichiarate. Ma c’è un principio interessante: la credibilità di un’impresa che parla di benessere si misura anche nel modo in cui tratta le persone che lavorano al suo interno. Vale per Serenis e per tutte le nostre aziende. Possiamo scrivere pagine bellissime sulla centralità delle persone, ma poi la cultura vera si vede altrove. Ed è lì che le parole diventano cultura oppure rimangono comunicazione.
Serenis ha sviluppato anche dei servizi rivolti alle imprese ed è un passaggio interessante perché la salute mentale sta progressivamente entrando nel dibattito sul welfare aziendale.
Per anni abbiamo pensato al welfare soprattutto attraverso strumenti economici o servizi molto concreti, oggi dobbiamo riconoscere che esiste anche una dimensione psicologica del lavoro e l’azienda deve però interrogarsi sulle condizioni organizzative che può controllare. La cura autentica richiede servizi e offre strumenti alle persone per migliorare l’organizzazione.
Sono due gli aspetti che accomunano le due esperienze imprenditoriali di Silvia Wang: ProntoPro che parte da una difficoltà quotidiana, ovvero trovare facilmente il professionista giusto e Serenis che deve trovare il supporto psicologico adeguato in maniera più semplice e accessibile. Due settori completamente diversi che hanno lo stesso meccanismo.
Osservare una difficoltà reale e chiedersi se esista un modo migliore di affrontarla, è una delle definizioni più semplici e più belle dell’imprenditorialità.
Le storie delle altre donne mi interessano quando non diventano eroine nonostante i successi ma quando sono in grado di costruire aziende e la storia di Silvia Wang mi interessa soprattutto per questo perché contiene un’idea di leadership che sento molto vicina al cambiamento che stiamo vivendo. Prendersi cura delle persone significa comprendere meglio quale dovrebbe essere, oggi, la responsabilità di chi fa impresa.
Naturalmente un’azienda deve produrre risultati, deve stare sul mercato ed essere competitiva, deve generare valore economico, ma il punto è capire quale problema scegliamo di risolvere mentre generiamo quel valore e quale traccia lasciamo mentre lo facciamo. Silvia Wang ha trasformato una difficoltà sperimentata personalmente in una domanda, quella domanda in un servizio e quel servizio in un’impresa.
Non sappiamo oggi quale sarà il punto di arrivo di Serenis e come ogni impresa dovrà continuare a dimostrare sul mercato la sostenibilità del proprio modello, la qualità del servizio e la capacità di mantenere le promesse mentre cresce, ed è giusto che sia così. Ma il punto di partenza contiene già una lezione che vale la pena portare nelle nostre aziende, rendere più accessibile qualcosa di cui le persone avevano già profondamente bisogno.
Ed è qui che la storia di Silvia Wang smette di essere soltanto la storia di una startup e diventa una domanda anche per noi imprenditori: quante volte cerchiamo nuovi mercati prima ancora di chiederci di che cosa abbiano davvero bisogno le persone? E forse è proprio questa la lezione più interessante che porto con me dalla storia di Silvia Wang: non dobbiamo scegliere tra fare impresa e prenderci cura delle persone. La vera sfida è costruire imprese capaci di crescere proprio perché hanno imparato a non perdere di vista le persone per cui, e con cui, stanno crescendo. Un’impresa diventa davvero significativa quando, oltre a creare valore, riesce a migliorare qualcosa nella vita delle persone.












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