Oggi voglio farvi una domanda che ogni tanto torna, ostinata, quasi fastidiosa nella sua semplicità: alle donne il credito costa di più?
Non è una provocazione, è un interrogativo che nasce da numeri, esperienze, racconti raccolti nei corridoi delle aziende, nei colloqui con i direttori di filiale, nei silenzi imbarazzati davanti a un business plan solido ma “troppo ambizioso”.
Quando si parla di parità di genere, siamo abituate a ragionare di stipendi, carriere, leadership, molto meno di accesso al credito. Eppure, per chi fa impresa, il credito è ossigeno, senza liquidità non si investe, non si innova, non si cresce e senza fiducia finanziaria non esiste sviluppo. E allora torniamo lì.
Le imprenditrici pagano di più?
Diversi studi italiani ed europei mostrano che le imprese femminili hanno, in media, maggiori difficoltà ad accedere ai finanziamenti rispetto a quelle maschili. Non sempre perché siano meno solide, spesso perché sono più piccole, meno patrimonializzate, più giovani, e sappiamo che la dimensione aziendale incide sul rating bancario.
L’economista Azzurra Rinaldi ha più volte evidenziato come il sistema economico non sia neutro: riflette squilibri strutturali che derivano da una società costruita storicamente attorno a modelli maschili di impresa e di leadership.
Se le donne hanno meno capitale iniziale, meno proprietà immobiliari intestate, meno reti di relazione nei circuiti decisionali, è evidente che partono con un handicap. E il sistema del credito, che si fonda su garanzie e storico finanziario, finisce per amplificare quel divario. Non è necessariamente una discriminazione diretta, è qualcosa di più sottile, ed è una struttura che non tiene conto delle differenze di punto di partenza.
Molte imprenditrici raccontano la stessa scena: bilanci in ordine, progetto credibile, ma richiesta di garanzie personali molto elevate. Garanzie che, spesso, le donne non hanno nella stessa misura degli uomini.
In Italia la proprietà immobiliare è ancora prevalentemente intestata agli uomini, soprattutto nelle generazioni precedenti; questo significa meno asset da offrire come collaterale. E se il credito si basa su ciò che possiedi, non solo su ciò che sai fare, la partita è già squilibrata.
C’è poi un altro elemento meno misurabile ma potentissimo: il bias culturale
L’idea, ancora radicata, che le imprese femminili siano più “fragili”, più legate a settori tradizionali, meno orientate alla crescita aggressiva.
Eppure, i dati dicono altro: le aziende guidate da donne presentano tassi di insolvenza mediamente più bassi, sono più prudenti, certo, ma la prudenza non è un difetto in economia. Le imprese femminili sono spesso concentrate in servizi, commercio, welfare, moda, turismo: settori fondamentali, ma percepiti dal sistema bancario come meno “scalabili” rispetto alla manifattura pesante o alla tecnologia. Questo incide sui tassi applicati? In parte sì, perché il rischio viene valutato anche in base al settore.
Ma il punto è un altro: perché le donne sono meno presenti nei settori ad alta intensità di capitale? Qui il discorso si allarga: orientamento scolastico, accesso alle STEM, modelli culturali, carichi di cura.
Il credito non è un’isola: è l’ultimo anello di una catena di disuguaglianze
Quando si parla di “costo del credito” si pensa al tasso di interesse, ma esiste anche un costo invisibile: il tempo speso a dimostrare di essere affidabili, la necessità di presentarsi più preparate, più documentate, più perfette. Molte imprenditrici raccontano di aver percepito un atteggiamento diverso: più domande, più richieste di integrazione, più cautela. Non sempre è un fatto oggettivamente misurabile, ma la percezione conta, perché incide sulla fiducia. E la fiducia è la vera moneta dell’economia.
Negli ultimi anni sono stati attivati fondi dedicati all’imprenditoria femminile, strumenti di garanzia pubblica, incentivi; tutti segnali importanti, certo, però mi chiedo: dobbiamo davvero creare corsie separate o piuttosto ripensare l’intero sistema? Perché il rischio è questo: trattare l’impresa femminile come una categoria “speciale” invece che come parte strutturale dell’economia.
La vera sfida non è un fondo rosa
La sfida è un sistema di valutazione del merito creditizio che tenga conto delle differenze strutturali senza trasformarle in penalizzazioni.
E allora ci poniamo di nuovo la domanda iniziale: alle donne, il credito costa di più?
Non sempre in modo diretto e lineare, non esiste una tariffa ufficiale “maggiorata per imprenditrici”. Ma esiste un ecosistema che rende il percorso più complesso e quando è più complesso, il costo, economico o emotivo, aumenta. Il punto non è accusare le banche, è interrogarsi sui meccanismi, sui criteri di valutazione, sui pregiudizi inconsapevoli e sulla distribuzione della ricchezza. Il credito non è solo una questione tecnica, è un atto di fiducia nel futuro.
Ogni volta che entro in una sala dove si parla di finanza e imprese, mi chiedo quante donne siedono al tavolo decisionale, non tra le beneficiarie, ma tra chi decide. La parità non si misura solo nelle statistiche sull’occupazione femminile, ma nell’accesso alle leve del potere economico.
Se vogliamo davvero un sistema più equo, dobbiamo lavorare su più piani: educazione finanziaria, patrimonializzazione delle donne, presenza femminile nei board bancari, criteri ESG che includano indicatori di genere anche nell’erogazione del credito. Non si tratta di chiedere sconti, ma chiedere equità. E forse la vera domanda non è se alle donne il credito costi di più. La vera domanda è: quanto costa, al Paese, non investire pienamente nel talento imprenditoriale femminile?












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