Green Jobs e Gender Gap: come colmare il divario

Nov 10, 2025 | In primo piano, Mondo del lavoro, Parità di genere, Ultime novità | 0 commenti

C’è una parola che negli ultimi anni si è fatta strada nel vocabolario del lavoro e della sostenibilità: Green Jobs.

Ma cosa significa nello specifico? Professioni “verdi”, lavori del futuro, mestieri che mettono insieme innovazione e rispetto per l’ambiente. Un mondo in fermento, che parla di energia rinnovabile, economia circolare, mobilità sostenibile, rigenerazione urbana, agricoltura 4.0, efficienza energetica. Un universo di possibilità che cresce e si trasforma con una rapidità straordinaria, ma che, ancora una volta, rischia di riprodurre un modello diseguale, quello del Gender Gap.

Anche i Green Jobs, quelli che dovrebbero rappresentare il cambiamento, la visione, il futuro, si portano dietro una vecchia ombra: la disparità tra uomini e donne.

Le statistiche lo confermano

Nei settori della transizione ecologica, della green economy e delle tecnologie ambientali, la presenza femminile è ancora troppo bassa.

Le donne sono sottorappresentate nei ruoli tecnici, ingegneristici e decisionali, proprio là dove si costruiscono le strategie e si prendono le decisioni chiave per la sostenibilità del pianeta. È come se, nella narrazione della “nuova rivoluzione verde”, la voce femminile fosse ancora flebile, confinata ai margini di un racconto che dovrebbe invece essere corale.

Ma perché accade questo? Le ragioni sono molteplici e intrecciate: da un lato, pesa ancora la scarsa presenza femminile nelle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), quelle che aprono le porte a molte professioni green. Una scelta condizionata da stereotipi antichi, da modelli educativi che faticano a scardinare l’idea che certe carriere siano più adatte agli uomini. Dall’altro, il mercato del lavoro continua a essere disegnato su logiche che non favoriscono l’inclusione: carriere poco flessibili, orari rigidi, difficoltà di conciliazione tra vita privata e professionale. Tutti elementi che, nella transizione ecologica, rischiano di ripetersi se non si agisce con consapevolezza.

Non possiamo parlare di vera transizione ecologica se non è anche una transizione di genere

La sostenibilità, quella autentica, non riguarda solo l’ambiente, riguarda il modo in cui viviamo, lavoriamo, distribuiamo risorse, riconosciamo i talenti.

Se vogliamo costruire un futuro sostenibile, non possiamo permetterci di escludere metà del potenziale umano disponibile. Anzi, dobbiamo creare le condizioni perché le donne possano portare il proprio contributo in tutti i campi della trasformazione verde: dall’innovazione energetica alla pianificazione urbana, dalla gestione dei rifiuti alla progettazione tecnologica.

Le donne hanno una visione diversa, complementare, spesso più sistemica e orientata al lungo periodo; hanno una naturale propensione alla cura, alla cooperazione, alla responsabilità sociale, valori che sono il cuore stesso della sostenibilità. Eppure, troppo spesso vengono tenute fuori dalle stanze dove si prendono le decisioni strategiche: serve un cambio di paradigma.

Per colmare il divario tra Green Jobs e Gender Gap occorrono politiche attive, formazione mirata e, soprattutto, un linguaggio nuovo. Un linguaggio che non associ più la tecnologia al maschile e la cura al femminile, che non definisca la sostenibilità come una missione “buona” ma come una sfida competitiva e concreta, in cui le donne possono e devono avere un ruolo centrale. Le imprese hanno qui una responsabilità enorme, possono e devono essere protagoniste di un cambiamento culturale, adottando strategie di diversity & inclusion che valorizzino le competenze femminili anche nei settori tecnici.

Le aziende possono investire in programmi di mentoring, in percorsi di formazione per l’upskilling e il reskilling delle lavoratrici, in misure di conciliazione che permettano alle donne di accedere e restare in ruoli di responsabilità.

Ma anche la scuola e l’università, ovvero il mondo dell’educazione, hanno un ruolo decisivo, perché lì si costruiscono le vocazioni, si alimentano i sogni, si sfidano gli stereotipi. Dobbiamo raccontare alle ragazze che il futuro della sostenibilità ha bisogno di loro, che possono essere ingegnere ambientali, esperte di energia rinnovabile, progettiste di città sostenibili, analiste di dati climatici, che la rivoluzione verde non si farà senza di loro.

E poi, serve un impegno collettivo

Parlare di Green Jobs e parità di genere significa parlare di un nuovo modello di sviluppo, più equo e più giusto. Significa creare opportunità, non solo per le donne, ma per tutti coloro che vogliono contribuire a un’economia che rispetti il pianeta e le persone, perché non esiste un futuro sostenibile se non è anche un futuro paritario.

E allora, forse, la vera transizione verde comincia proprio da qui: dal riconoscere che la sostenibilità ambientale e quella sociale sono due facce della stessa medaglia e che, per rendere il mondo più “green”, dobbiamo prima imparare a renderlo più uguale. Solo così i Green Jobs potranno essere davvero il lavoro del futuro: un futuro dove le competenze contano più del genere, dove le opportunità sono accessibili a tutte e a tutti, e dove la parola sostenibilità suona anche come sinonimo di uguaglianza.

Secondo il Rapporto GreenItaly 2024, oltre il 40% delle nuove assunzioni nel settore green richiede competenze scientifiche e digitali, ma solo il 28% dei profili tecnici è oggi femminile. Le donne sono più presenti nei ruoli di comunicazione, gestione e sensibilizzazione ambientale, mentre restano poco rappresentate nei campi dell’ingegneria energetica, della ricerca ambientale e delle nuove tecnologie verdi.

La sostenibilità non è solo un obiettivo ambientale, ma anche una promessa di giustizia sociale. E senza le donne, quella promessa, resta incompiuta.

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