Gruppo Facebook “Mia moglie”: la violenza che hanno chiamato gioco

Ago 25, 2025 | Curiosità varie, Donne, In primo piano, Parità di genere, Ultime novità | 0 commenti

Negli ultimi giorni non si parla d’altro: un gruppo Facebook, chiamato “Mia moglie”, è stato scoperto e denunciato per aver ospitato foto di donne postate dai loro mariti, compagni, fidanzati o ex senza che queste ne sapessero nulla.

Quelli che abbiamo visto sul gruppo erano scatti rubati, condivisi come trofei da esibire davanti a migliaia di sconosciuti, spesso accompagnati da commenti volgari, sessisti, umilianti. Uno di quei casi che fanno rabbrividire, non solo per la dimensione del fenomeno (decine di migliaia di iscritti, migliaia di foto), ma per il significato che si porta dietro: la conferma che nel 2025 siamo ancora intrappolati dentro schemi arcaici, in cui le donne vengono trattate come oggetti da possedere e mostrare, e non come persone libere e titolari di diritti.

Era solo un gioco

Perché sì, chi posta la foto di sua moglie senza il suo consenso compie un atto di violenza; non fisica, forse, ma certamente psicologica, morale, culturale.

Una violenza che si insinua nei social e che diventa virale e collettiva, perché è fatta di sguardi che non hanno diritto di esserci, di risate condivise, di commenti che spogliano la dignità oltre che il corpo.

Il problema non è solo un gruppo Facebook, anche se qualcuno potrebbe dire: “Esagerate, sono solo battute tra uomini, uno scherzo goliardico”, ecco, il problema è proprio questo. Ridurre un gesto gravissimo a uno scherzo, normalizzare l’umiliazione delle donne e legittimare ancora una volta la cultura del possesso. Un marito che pubblica la foto di sua moglie senza il suo consenso manda un messaggio molto chiaro: “Lei è mia, faccio di lei quello che voglio, il suo corpo non le appartiene più”.

Potere, dominio, possesso

È la stessa radice che troviamo dietro alle molestie, dietro allo stalking, dietro alle violenze domestiche. Non c’è bisogno di arrivare al femminicidio per riconoscere la matrice comune: il potere esercitato sull’altro, il dominio, la riduzione della donna a cosa. Tutto questo è anche parità di genere di cui parlo sempre e di cui necessitiamo urgentemente.

Quando parliamo di parità di genere, a volte, ci sembra un concetto astratto, legato a quote, percentuali, leggi, ma episodi come quello del gruppo “Mia moglie” ci ricordano che la parità parte dalla quotidianità dei comportamenti: essere pari significa rispettare i corpi, i tempi, le scelte, le vite delle donne, significa che nessuno, nemmeno il marito, ha il diritto di disporre di ciò che non gli appartiene, perché sì, lo ripetiamo: il corpo di una donna appartiene solo a lei stessa.

Se davvero vogliamo costruire una società equa, dobbiamo smontare, pezzo dopo pezzo, questi muri invisibili di complicità e tolleranza. Non possiamo più chiudere gli occhi dicendo “è solo una chat di uomini”.

Non è solo una chat, non è solo un gruppo online

Ogni chat, ogni gruppo, ogni battuta è un mattone che regge la cultura della disparità e la responsabilità è collettiva perché questo episodio ci riguarda tutte e tutti.

Non basta indignarsi, bisogna fare di più: denunciare, pretendere regole, educare, tutte e tutti, educare i ragazzi e le ragazze al rispetto del consenso. Dobbiamo spiegare alle giovani generazioni, ma dobbiamo rieducare anche gli adulti, che non è accettabile scattare o condividere foto senza permesso; che non è virile umiliare l’altro, ma al contrario è indice di fragilità, di immaturità.

Uomini, schieratevi, parlate pubblicamente, condannate

Poi parlo agli uomini, sì, parlo a voi, serve il coraggio di dissociarsi, di prendere parola, di dire pubblicamente “io non ci sto”; perché la parità di genere non è una battaglia solo delle donne, è una battaglia di civiltà.

Quando ho letto di questo gruppo, fortunatamente chiuso dopo le tantissime segnalazioni e denunce, la prima sensazione è stata nausea, disgusto e rabbia. Infine, la consapevolezza che, ancora una volta, la strada d fare è ancora tanta e tutta in salita. Con queste mie parole non voglio solo denunciare lo scempio ma dire alle donne che hanno subito questa violenza sottile e terribile: non siete sole.

Le vostre foto non sono voi, perché le vostre vite valgono più di ogni immagine tradita. Non restate in silenzio, lo so, non è facile e la paura è tanta, ma c’è sempre un momento in cui si può decidere di rompere il muro e di parlare.

Pensiamo a storie come quella di Gisèle Pelicot, che ha trovato la forza di denunciare, di raccontare, di esporsi pur sapendo che non sarebbe stato semplice, perché non è mai semplice, ma il suo gesto, come quello di tante altre, ci insegna che il coraggio di una sola donna può aprire la strada a molte altre. Dobbiamo trovare quella forza dentro di noi, non lasciamo che siano gli altri a decidere del nostro corpo e della nostra dignità, perché la libertà, quella vera, comincia quando smettiamo di subire in silenzio.

E agli uomini dico: amate le vostre compagne, rispettatele, trattatele come pari e non come “mogli da mostrare”, ma come donne libere da vivere; solo così, un giorno, potremo dire di vivere davvero in una società di uguali.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati

Preferenze Cookie

Seleziona quali cookie desideri attivare:



⚙️
Share This