Negli ultimi tempi, i social e i media sono esplosi su una vicenda che, per molti versi, è lo specchio perfetto di quanto ancora siamo lontani da una vera e propria parità di genere.
Tutti parlano della maestra, una donna, un’insegnante, una professionista, finita al centro del gossip per avere un profilo su OnlyFans ma nessuno, o quasi, sembra indignarsi per l’uomo, il padre di un alunno, che ha deliberatamente diffuso il contenuto privato di quella donna, violando la sua privacy, la sua intimità, la sua libertà e, aggiungiamolo con forza, la sua dignità.
Ma andiamo per ordine
Una donna, nel suo tempo libero, decide di gestire un profilo su OnlyFans. Non lo fa a scuola, non lo fa con i suoi studenti, non lo fa usando il nome dell’istituto scolastico, bensì lo fa nella sua vita privata, come esercizio della propria libertà individuale.
Questo basta, però, a farla diventare oggetto di un linciaggio mediatico. La colpa? Non la sua libertà, ma il fatto che questa libertà è femminile.
Nessuno, o quasi nessuno, parla invece del gesto gravissimo del genitore che, dopo aver avuto accesso al profilo della donna, ha pensato bene di scaricare i contenuti e di inoltrarli ad altri. Li ha fatti circolare, li ha trasformati da contenuti privati a pubblici. Lo ha fatto con l’intento, non possiamo essere ingenui, di danneggiarla, di smascherarla di punirla per essere, secondo i suoi criteri, “inadatta” al ruolo di educatrice.
Ma chi è davvero inadeguato qui?
Questo gesto ha un nome preciso: ed è quello di violenza digitale di genere.
Sì, perché questo tipo di violenza colpisce quasi esclusivamente le donne. È la trasposizione online di un controllo patriarcale che pretende di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo, della propria sessualità, della propria immagine. Pensiamoci bene: se al posto di una maestra ci fosse stato un insegnante uomo, con un profilo privato su OnlyFans, la notizia avrebbe fatto così scalpore? Sarebbe finito su tutti i giornali? O avrebbe, al massimo, suscitato qualche battuta da spogliatoio e poco più?
Il punto è che, ancora una volta, il corpo delle donne viene giudicato, controllato, manipolato. La loro libertà diventa una colpa, la loro sessualità, se non si adegua ai canoni del silenzio e della modestia, va punita; e non importa se sei una professionista preparata, un’insegnante capace, una persona seria nel tuo lavoro: il sistema trova sempre il modo per delegittimarti se osi essere qualcosa di diverso da quello che ci si aspetta da te.
E allora no, non possiamo accettare che il dibattito ruoti ancora una volta intorno alla “moralità” di una donna, e non sull’illegalità di chi ha violato la sua privacy. Non possiamo tollerare che l’attenzione si concentri su ciò che ha fatto lei, e non su ciò che le è stato fatto. Non possiamo più permettere che si parli di “scandalo” riferendosi a chi esercita la propria libertà, invece che a chi compie un reato.
Chi diffonde materiale privato senza consenso compie una violenza
Ogni violenza è una questione sociale, politica, culturale.
È una questione di genere, perché colpisce quasi sempre nello stesso verso: da uomini verso donne. E spesso, troppo spesso, con la complicità di una narrazione pubblica che si limita a parlare di “scandalo”, senza andare a fondo.
Questo caso ci interroga come cittadini, come educatori, come genitori, come esseri umani. Ci chiede: chi stiamo difendendo davvero quando puntiamo il dito? Cosa insegniamo ai nostri figli e figlie quando trasformiamo una donna in un caso da deridere e non un uomo in un colpevole da perseguire?
La libertà femminile fa ancora paura, ma è proprio da qui che dobbiamo ripartire. Dal diritto di ogni donna a essere sé stessa, nella vita pubblica e in quella privata, a esprimere la propria identità senza essere punita, a non subire violenza, neppure quella sottile, insidiosa, digitale, sociale.
È tempo di cambiare la narrazione e di spostare il riflettore, di smettere di chiedere “perché lei?” e iniziare a chiederci “perché lui?”
Voci di donne è uno spazio libero, dove raccontiamo la realtà con occhi femminili perché ogni parola può diventare lotta, consapevolezza, possibilità.












0 commenti