Non chiamateci quote rosa di Valentina Cristiani

Dic 1, 2025 | Consigli di lettura, Donne, In primo piano, Parità di genere, Ultime novità, Voci di donne | 0 commenti

Ci sono libri che arrivano al momento giusto, come se qualcuno li avesse scritti per mettere ordine ai pensieri che ci girano in testa da anni. Non chiamateci quote rosa di Valentina Cristiani è uno di quei testi che non solo si leggono, si attraversano. E mentre lo fai, ti ritrovi a sospirare, ad annuire, a sorridere amaramente, a sentir salire quella scintilla che conosci bene, la stessa che ogni volta ti spinge a prendere la parola, a creare progetti, a tenere formazioni, a scrivere, a raccontare, a non mollare.

Innanzitutto, la ringrazio per avermi regalato una copia del suo bellissimo libro e della splendida dedica, sono onorata perché siamo donne che creano reti e condivisioni per diffondere il più possibile e generare consapevolezza.

Non chiamateci quote rosa

Andiamo dentro al libro ora: Valentina Cristiani parte da un presupposto semplice ma rivoluzionario nella sua chiarezza: smettiamola di decorare una disuguaglianza strutturale con un fiocchetto rosa.

Chiamarci “quote rosa” non è un modo affettuoso per sottolineare la nostra presenza, è uno dei tanti modi per ricordarci che siamo considerate un’eccezione, una concessione, un numero da riempire per far bella figura nei bilanci di sostenibilità. Ed è qui che il libro è potente: perché racconta l’ovvio che molti fingono di non vedere, racconta quel sottile meccanismo con cui, ancora oggi, la presenza femminile nei luoghi decisionali viene letta come una situazione straordinaria. Come se fosse qualcosa da giustificare, da bilanciare, da incasellare in un regolamento, quando invece dovrebbe essere normale, naturale, inevitabile.

Una delle scelte narrative più efficaci del libro è la raccolta di testimonianze che Valentina Cristiani ha deciso di includere, non sono semplici interviste, sono frammenti di realtà, pezzi di vita professionale e personale, raccontati con un’onestà quasi disarmante. E sono la dimostrazione di quanto la parità o, meglio, la sua mancanza, non sia un concetto astratto, ma qualcosa che si incarna nei percorsi delle donne, nei loro inciampi forzati, nei muri trasparenti che incontrano quando meno se lo aspettano. Queste voci di giornaliste portano un pezzo del puzzle, una sfumatura che forse da sola non direbbe molto, ma messe insieme creano un mosaico chiarissimo: quello di una società che ancora fatica a riconoscere il valore femminile senza filtri, senza dubbi preinstallati, senza quella fastidiosa tendenza a interpretare ogni successo come un favore concesso.

Valentina Cristiani non fa da semplice raccoglitrice: ascolta, accoglie, mette in relazione, sa far emergere i non detti, i sospiri, le esitazioni che raccontano più delle parole. È come se attraverso quelle interviste riuscisse a restituire al lettore un coro di esperienze che, pur nella loro diversità, rivelano meccanismi comuni: il mansplaining, la sottovalutazione sistematica, la fatica invisibile, la costante necessità di “dimostrare”.

Leggere quelle storie significa specchiarsi, soprattutto per chi, come molte donne, ha vissuto almeno una volta quel sottile dubbio: “Sarà che pensano che io sia qui per la quota rosa?”. Ma significa anche riconoscere che c’è un filo rosso di resistenza, competenza e coraggio che attraversa tutte le testimonianze. E questo è forse l’aspetto più politico del libro: dar voce alle esperienze reali, senza filtri né sovrastrutture, è un atto di consapevolezza collettiva. Serve a costruire memoria, a mettere nero su bianco ciò che troppo spesso viene minimizzato. Serve a dire che no, non è un caso isolato, non è una percezione soggettiva, non è “una che esagera”, è un sistema che lavora così. E se vogliamo cambiarlo, dobbiamo partire proprio da qui: dalle voci, dall’ascolto, dalla capacità di trasformare storie individuali in consapevolezza condivisa.

Valentina Cristiani ci riesce benissimo, e sono proprio quelle interviste a dare al libro un’anima corale, un respiro più ampio, una forza che va oltre l’analisi perché, quando una donna racconta, si libera. Ma quando tante donne raccontano insieme, diventano cultura. E la cultura, lo sappiamo, è la base di ogni cambiamento duraturo.

Valentina Cristiani scrive con uno stile pulito e diretto, che apprezzo sempre: non fa giri inutili, non anestetizza, non edulcora. Entra dentro le zone grigie, quelle dove le discriminazioni si muovono meglio perché nessuno le nomina. Parla di leadership femminile senza cadere nelle trappole dei cliché, analizza il tema della competenza come argine agli stereotipi, e soprattutto mette in discussione quel linguaggio che, ogni giorno, costruisce la realtà più di quanto siamo disposti ad ammettere. Leggendola, mi sono ritrovata a ripensare a tante discussioni avute nelle aziende, nei tavoli di lavoro, durante le formazioni sulla UNI PdR 125 quando qualcuno mi dice: “Eh, però bisogna vedere se sono davvero competenti o se sono lì per la quota rosa…”. Una frase che mi fa sempre sorridere amaramente, perché la competenza delle donne viene costantemente messa in dubbio, mentre quella degli uomini viene data per scontata per default. Nessuno si sogna mai di chiedere se un uomo sia stato scelto per merito o perché “è un uomo”.

Parlare di quote rosa è un modo educato per dire che non sei arrivata lì per le tue capacità

È una modalità gentile per delegittimare, una scorciatoia linguistica che serve a mantenere tutto esattamente com’è. E allora sì, Non chiamateci quote rosa è un libro necessario, perché non solo decostruisce un’etichetta, ma soprattutto invita a ripensare il vocabolario con cui affrontiamo il tema della parità di genere. E il linguaggio conta, eccome se conta: è lo strumento che usiamo per definire ruoli, possibilità, aspettative.

Chiamare una donna “quota rosa” non è innocuo: è un atto politico, anche quando chi lo pronuncia non lo sa.

C’è però qualcosa che ho amato particolarmente e che, secondo me, andrebbe portato in ogni formazione, in ogni contesto aziendale, in ogni classe dove si parla di equità. Valentina Cristiani sottolinea che il cambiamento non può essere affidato solo alle norme, quelle sono fondamentali, certo, ma non bastano. Serve una trasformazione culturale che cominci dalle parole e finisca nelle pratiche quotidiane: nei processi di selezione, nelle dinamiche di carriera, nei modelli educativi, nella gestione della genitorialità, nel modo in cui guardiamo ai talenti femminili senza imporre cornici prefabbricate.

E allora la domanda che il libro mi lascia è sempre la stessa: quanto siamo ancora disposte a sopportare? Quanto siamo ancora disposti, come società, a restare fermi mentre la metà del talento disponibile viene costantemente messo in panchina?

Non chiamateci quote rosa è un libro che spinge, che punge, che smuove. Ed è anche un libro che fa bene, a chi lavora sulla parità, a chi la subisce, a chi pensa che sia un tema superato, che poi non lo è, a chi vuole capire perché oggi esistono norme come la UNI PdR 125 e perché serve continuare a parlarne, tutti i santi giorni. Lo consiglio soprattutto a chi ha la tentazione di liquidare il dibattito con un “ma questi discorsi non servono più”. La verità è che servono eccome, e servono proprio ora in un tempo in cui l’uguaglianza è ancora un obiettivo e non una fotografia del presente.

Valentina Cristiani ci ricorda che non siamo un simbolo, un colore, un’eccezione statistica: siamo persone, professioniste, siamo competenti, storie, percorsi. E se proprio dobbiamo usare un’etichetta, allora che sia questa: non chiamateci quote rosa, chiamateci per nome.

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