Ogni volta che sento parlare di responsabilità sociale d’impresa o CSR, come piace chiamarla per darle un’aura un po’ più internazionale, mi torna sempre la stessa domanda: ma ci crediamo davvero o stiamo semplicemente seguendo l’ennesimo trend?
Perché diciamolo chiaramente: per anni la CSR è stata trattata come un bel vestito da indossare nelle occasioni importanti, un capitolo nel bilancio, qualche iniziativa spot, una foto da postare sui social e via. Applausi. Ma poi? La verità, quella che forse fa anche un po’ paura, è che oggi la responsabilità sociale non può più essere una moda, è diventata una necessità strutturale, culturale, economica e soprattutto umana.
La responsabilità sociale è una scelta, non è marketing
È importante avere dei valori e dei principi su questo tema, ci dobbiamo credere altrimenti è meglio lasciar perdere.
C’è stato un tempo in cui bastava “fare impresa”, produrre, vendere, crescere, punto, e tutto il resto era contorno; oggi quel tempo è finito. Le aziende sono organismi vivi, inseriti in un contesto sociale, territoriale, culturale; influenzano la vita delle persone: di chi ci lavora, di chi ci vive accanto, di chi verrà dopo di noi. Quando parliamo di responsabilità sociale d’impresa, stiamo parlando di scelte quotidiane: come gestisco il mio personale, che tipo di ambiente di lavoro costruisco, che valore do alla parità di genere, quanto investo in sicurezza, formazione, benessere, che rapporto ho con il territorio e con le nuove generazioni. Non sono slogan, sono decisioni che costano fatica, tempo, risorse e proprio per questo fanno la differenza.
C’è un grande equivoco che ascolto spesso, una delle frasi che sento più spesso è: “Sì, tutto molto bello, ma noi siamo una piccola/media impresa, non ce lo possiamo permettere.” Ecco, qui, secondo me, c’è uno dei più grandi equivoci culturali, perché la responsabilità sociale non è (solo) fare grandi progetti, è fare scelte coerenti, anche piccole, anche imperfette. È chiedersi, ogni giorno: “che tipo di impresa voglio essere?” Un’impresa che consuma persone o un’impresa che le fa crescere? Un’impresa che ignora i problemi o una che prova, almeno, ad affrontarli? E attenzione: non è buonismo, è visione. Ora sto per dire una cosa che sembra una frase fatta, ma se c’è una cosa che questi anni ci hanno insegnato è che senza persone non esistono aziende sane; burnout, dimissioni silenziose, fuga dei giovani, disaffezione: segnali chiarissimi di un sistema che per troppo tempo ha messo i numeri davanti alle persone.
La CSR, quella autentica, ribalta il paradigma
Non perché i numeri non contino, contano eccome, ma perché i numeri sono una conseguenza, non il punto di partenza. Un’azienda che investe nel benessere, nella conciliazione vita-lavoro, nella prevenzione delle molestie e violenze nei luoghi di lavoro, nella parità di genere, non sta perdendo tempo, sta costruendo sostenibilità nel lungo periodo.
Se vogliamo essere onesti fino in fondo, c’è un tema che più di tutti smaschera la vera responsabilità sociale di un’azienda: la parità di genere, perché è scomoda, mette in discussione poteri, abitudini, linguaggi, carriere, ed obbliga a guardarsi allo specchio. Parlare di CSR senza affrontare seriamente il tema delle disuguaglianze di genere significa fare un discorso che manca di qualcosa di importante, un discorso a metà. La parità non è un progetto al femminile, è un indicatore di qualità organizzativa, di equità, di maturità manageriale. E no, non basta avere tante donne, la parità non dice questo, serve cambiare i modelli.
Allora torniamo alla domanda iniziale: è moda o necessità?
La mia risposta è netta, anche se scomoda: è una necessità, ma solo se siamo disposti a prenderla sul serio.
Se la CSR diventa solo una vetrina, allora sì, è una moda destinata a passare; se invece diventa una lente attraverso cui rileggere l’impresa, le relazioni, il lavoro, allora è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per costruire futuro. Un futuro in cui fare impresa non significa scegliere tra etica ed economia, ma capire che non possono più stare separate. E forse, alla fine, la vera domanda non è se la responsabilità sociale d’impresa sia una moda o una necessità, la vera domanda è: che tipo di impresa vogliamo essere, oggi, per poter esistere anche domani?
Per quanto mi riguarda, questa riflessione non è teorica ma è qualcosa che scrivo perché è una scelta che vivo ogni giorno nella mia azienda Dami, dove ho deciso, in modo consapevole, di essere socialmente responsabile; non perché sia facile o perché convenga sempre, ma perché è coerente con l’idea di impresa in cui credo. Essere responsabili socialmente significa mettersi in discussione, accettare che si può migliorare, riconoscere che il lavoro non è solo produzione ma anche relazione, cura, rispetto. Significa investire sulle persone, sul benessere, sulla parità di genere, sulla sicurezza, sulla formazione e fare scelte che non sempre portano risultati immediati, ma che costruiscono basi solide nel tempo.
Dami non è un’azienda perfetta, è un’azienda reale, fatta di complessità, di errori, di tentativi. Ma è un’azienda che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte; di non trattare la responsabilità sociale come un’etichetta, ma come una strategia ed un obiettivo chiaro e preciso da perseguire. E forse è proprio questo il punto, la responsabilità sociale d’impresa non è un traguardo da esibire, ma un percorso da attraversare ogni giorno, con coerenza, con fatica, con onestà. Noi di Dami abbiamo scelto da che parte stare, e oggi più che mai, rifarei questa scelta senza esitazioni.












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