Selvaggia Lucarelli: da Stanza Selvaggia a Boutade Srl

Gen 19, 2026 | Donne, Imprenditrici di ispirazione, In primo piano, Ultime novità, Voci di donne | 0 commenti

C’è un momento, nella carriera e nel percorso di alcune figure pubbliche, in cui queste smettono di essere solo voci e diventano strutture. Succede quando l’istinto si organizza, quando l’intuizione trova una forma giuridica, quando il talento, che fino a quel momento viveva di accelerazioni e improvvise frenate, decide di mettersi una cintura di sicurezza.

Nel caso di Selvaggia Lucarelli, quel momento passa anche da un nome che suona leggero, ironico, quasi una strizzata d’occhio: Boutade Srl. Non è un tradimento della spontaneità, è, semmai, il suo naturale approdo.

Ma andiamo per ordine.

Stanza Selvaggia

Prima c’è stata Stanza Selvaggia, uno spazio apparentemente informale, dichiaratamente imperfetto, dove il confronto non è mai stato addomesticato e l’opinione non ha mai chiesto permesso. La Stanza non era una semplice stanza: era un dispositivo narrativo dove dentro ci finivano i casi di cronaca, le ipocrisie del costume, i cortocircuiti del potere, le ambiguità del giornalismo, ma soprattutto una cosa che in Italia spaventa ancora moltissimo: la responsabilità delle parole.

Selvaggia Lucarelli in quella stanza non recitava un personaggio, amplificava sé stessa. E lo faceva sapendo che ogni amplificazione comporta un rischio: essere fraintesi, essere odiati, essere additati; ma è proprio lì che si gioca la partita più interessante, perché mentre molti costruiscono brand personali rassicuranti, Lucarelli ha sempre scelto l’opzione più scomoda: restare divisiva e dare la sua opinione senza paura.

Dopo un po’ di tempo la sua voce diventa impresa ed eccoci al punto che fa storcere il naso a qualcuno: Boutade Srl.

Boutade Srl

Questo avviene perché in Italia c’è questa strana idea che l’impegno debba essere povero, che la voce critica debba rimanere artigianale, quasi precaria, per essere pura. Appena si struttura, appena diventa impresa, scatta il sospetto: si è venduta; è un riflesso culturale tossico, soprattutto quando riguarda le donne.

La gente è brava a giudicare e a screditare chi con le proprie forze e le proprie capacità riesce a realizzare qualcosa di suo.

Boutade Srl, invece, racconta un’altra storia, racconta la volontà di governare il proprio lavoro, di non dipendere da redazioni che chiudono, da editori che censurano, da algoritmi che premiano l’innocuo. Boutade srl narra l’idea che anche il dissenso abbia diritto a una sostenibilità economica.

Selvaggia Lucarelli dà fastidio perché rompe il patto non scritto della comunicazione italiana: quello per cui puoi criticare tutto, purché tu non metta mai davvero in discussione i rapporti di potere. Lei quel patto lo straccia con regolarità, e lo fa quando parla di violenza di genere senza edulcorare, quando mette il dito nelle complicità mediatiche, quando smonta il vittimismo di certi uomini pubblici, quando chiede conto, sempre, delle responsabilità.

Da Stanza Selvaggia a Boutade Srl non c’è quindi una metamorfosi opportunistica, c’è una continuità. Cambia il perimetro, non la sostanza, né tantomeno la forma, né il contenuto. Anzi, la struttura permette di reggere meglio l’urto degli attacchi, delle querele temerarie, delle campagne d’odio che puntualmente arrivano.

Voglio condividere con voi una riflessione più ampia, che ci riguarda tutti e farvi una domanda. Non se Selvaggia Lucarelli sia piaciuta o meno, ma perché ogni volta che una donna trasforma la propria voce in un progetto solido viene immediatamente sottoposta a un processo morale? Perché l’indipendenza economica femminile, soprattutto quando passa dalla parola e dall’opinione, continua a essere percepita come una colpa?

Boutade Srl non è solo una società

È un segnale che dice che si può essere libere e strutturate, critiche e professionali, scomode e sostenibili; ed è un messaggio che, volenti o nolenti, fa più rumore di mille editoriali accomodanti.

Alla fine, che piaccia o no, Selvaggia Lucarelli resta una cartina al tornasole del nostro tempo: se la guardi e ti irriti, forse vale la pena chiederti perché; non per cambiare idea, ma per capire da che parte stai quando una voce femminile decide di non abbassare il volume.

Ora aggiungo una riflessione, e qui mi prendo la responsabilità di un pensiero personale, netto, senza falsi moralismi: io sto dalla parte di Selvaggia Lucarelli, a prescindere dalla condivisione o meno di ogni sua singola posizione, perché riconosco il valore di chi si espone pagando un prezzo reale.

In un Paese che ama le donne brillanti solo finché restano educate, lei ha scelto di non chiedere permesso, di dire cose scomode, di assumersene le conseguenze, di non arretrare quando il contraccolpo diventa violento, personale, spesso sessista. Questo, per me, è coraggio, è determinazione e forza di una persona che non scende a compromessi e che ha permesso a noi di vedere le cose per come sono e non per come ce le vogliono far vedere; poi a ognuno il suo pensiero critico.

Difendere la sua voce critica in un progetto solido, indipendente, economicamente sostenibile, significa difendere un’idea di libertà, significa dire che il pensiero non deve restare marginale per essere autentico, e che le donne non devono scegliere tra credibilità e autonomia. Se oggi tante reazioni scomposte parlano più di lei che di ciò che dice, è perché il problema non è Selvaggia Lucarelli, ma è che siamo ancora poco allenati a reggere donne che non abbassano lo sguardo, non addolciscono il tono e non chiedono scusa per esistere. E io, davanti a questo, scelgo senza esitazioni da che parte stare.

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