Hai mai ricevuto un messaggio da una persona che era sparita nel nulla, magari mesi o addirittura anni prima, e che si ripresenta con un innocuo “Ehi, come stai?”, come se nulla fosse accaduto? Se ti è successo, potresti essere stata vittima di submarining.
Un termine curioso, che richiama l’immagine di un sottomarino che scompare sotto il livello del mare per poi riemergere all’improvviso, senza preavviso, come se il tempo non fosse passato.
Il ghosting, ormai entrato nel linguaggio comune, è il comportamento di chi scompare senza spiegazioni, interrompendo ogni forma di comunicazione, crudele, sì, ma almeno chiude (in modo traumatico) una porta. Il submarining, invece, è più infido: quella porta viene lasciata socchiusa o, meglio, viene riaperta a piacimento, in un gioco manipolatorio che si regge sul potere della sparizione e del ritorno.
Ma cos’è davvero il submarining?
È solo maleducazione digitale? È semplice incapacità affettiva? O dietro c’è qualcosa di più tossico, più violento, più strutturato?
Chi pratica il submarining non dà spiegazioni, non chiede scusa e fa finta che tutto sia normale. Il messaggio di ritorno è spesso disarmante nella sua banalità: un meme divertente, un cuoricino su una vecchia storia Instagram, un saluto generico. Il tempo, per chi lo pratica, è un optional. Per te, invece, che lo subisci, il è stato attesa, dolore, domande senza risposta.
Il submariner torna quando vuole, con un unico scopo: testare se ha ancora accesso alla tua attenzione, al tuo affetto, alla tua disponibilità. È un comportamento narcisistico, alimentato dall’illusione che si possa entrare e uscire dalla vita di qualcuno senza pagarne le conseguenze. Ma le conseguenze ci sono, eccome se ci sono.
Il submarining non è solo una mancanza di rispetto
È una forma di violenza psicologica relazionale e sottile.
Non parliamo di pugni, di urla, di insulti. Parliamo di un silenzio che pesa come un macigno, di una presenza che si nega e poi torna a chiedere spazio. Di un’alternanza disorientante che ti toglie il terreno sotto i piedi, di una dinamica in cui l’altra persona si arroga il diritto di decidere tempi e modi, lasciando te in balìa del suo volere.
È una forma di abuso emotivo che si annida nei non detti, negli improvvisi ritorni, nei finti tentativi di ricontatto, è subdolo perché non urla, ma consuma. Ti fa dubitare di te stessa, ti spinge a chiederti se hai esagerato, se sei troppo sensibile, se forse “non era poi così grave”.
Il submarining riattiva ferite non rimarginate. Il ritorno di chi è scomparso senza spiegazioni ti mette di nuovo in una posizione di attesa, di sospensione, di instabilità e ti riporta a quel momento in cui hai sentito di non valere abbastanza visto che non hai ricevuto nemmeno una spiegazione. Ed è proprio questo il nodo centrale: il non detto è un’arma potente, capace di minare la tua autostima più di mille parole sbagliate.
Submarining: uno strumento di potere
Queste dinamiche si insediano in una cultura relazionale immatura, in cui la comunicazione viene usata come strumento di potere invece che come ponte di connessione tra le persone.
Viviamo in tempi in cui basta un clic per sparire e un altro clic per riapparire, ma le emozioni non funzionano così e i sentimenti non sono pulsanti da accendere o spegnere a piacimento.
Il primo passo per sottrarsi a queste dinamiche è riconoscere il submarining per quello che è: un comportamento manipolatorio. Non devi giustificare chi ti ha fatto del male, non devi rispondere per educazione, non devi riaccogliere chi non ha avuto nemmeno il coraggio di salutarti. Imparare a mettere confini chiari è un atto di cura verso te stessa. Dire “no”, non rispondere, bloccare chi ti ha fatto del male sono scelte legittime in questo caso e non sei cattiva, non sei drammatica, sei solo una persona che ha diritto al rispetto, alla coerenza, alla presenza.
Il submarining non è romantico, non è destino e non è il segno che “forse era scritto”, è solo una persona che torna quando gli fa comodo, sperando che tu sia ancora lì ad aspettare, e tu ricorda hai tutto il diritto di non esserci più. Imparare a riconoscere le micro-violenze, come il submarining, è fondamentale per costruire relazioni sane. È anche un modo per fare cultura, per scardinare quella convinzione tossica secondo cui le storie complicate, instabili, sofferte, sono le più vere.
Le relazioni vere si basano su rispetto, chiarezza, reciprocità e soprattutto presenza.
Se hai vissuto questa esperienza, sappi che non sei sola. Parlane, scrivi; tradurlo in parole è già un atto rivoluzionario, perché ogni volta che nominiamo una forma di abuso, la priviamo di parte del suo potere. Il submariner, come il fantasma che è, svanisce davvero solo quando non trova più nulla da manipolare e in quel momento, tu sarai già altrove, più forte, più consapevole, più libera.












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