L’AI non ci toglierà il lavoro, ma potrebbe rivoluzionare il modo in cui lo conosciamo

Set 28, 2026 | In primo piano, Mondo del lavoro, Ultime novità | 0 commenti

Ogni grande innovazione tecnologica porta con sé la stessa domanda: quanti posti di lavoro perderemo?

È successo con le macchine industriali, con i computer, con Internet, con l’automazione. Sta succedendo, con una velocità forse ancora maggiore, con l’intelligenza artificiale. La domanda è comprensibile ma credo che rischi di essere quella sbagliata. Perché la questione più interessante non è soltanto capire se l’intelligenza artificiale sostituirà alcuni lavoratori, ma comprendere quanto profondamente cambierà il lavoro di quelli che resteranno. E probabilmente anche il nostro modo di intendere competenza, produttività, carriera, leadership, organizzazione e perfino il valore del tempo trascorso al lavoro.

Immaginiamo il lavoro come qualcosa di sfaccettato

Quando diciamo che l’intelligenza artificiale sostituirà un lavoro immaginiamo spesso una professione come qualcosa di indivisibile: o esiste o scompare, ma un lavoro è composto da molte attività diverse.

Pensiamo a un commerciale, deve analizzare informazioni, preparare offerte, scrivere e-mail, conoscere il prodotto, incontrare clienti, negoziare, intuire esigenze non espresse, costruire fiducia, gestire un conflitto. Oppure a chi lavora nelle risorse umane: può elaborare documenti, raccogliere dati, preparare report, ma deve anche ascoltare una persona, affrontare una situazione delicata, interpretare il clima di un gruppo, mediare.

L’intelligenza artificiale può intervenire molto efficacemente su alcune di queste attività e molto meno su altre. Ed è proprio questa una delle indicazioni più importanti che emerge dagli studi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Nel 2025 l’ILO ha stimato che circa un lavoratore su quattro nel mondo svolga una professione con qualche grado di esposizione all’intelligenza artificiale generativa. Ma lo stesso studio sottolinea un punto fondamentale: poiché la maggior parte delle professioni comprende attività che continuano a richiedere l’intervento umano, lo scenario più probabile è quello della trasformazione dei lavori, più che della loro completa sostituzione.

Questa distinzione cambia completamente il modo di affrontare il problema e dovremmo iniziare a chiederci: “Quali parti del nostro lavoro non avrà più senso continuare a fare come le facciamo oggi?”

È una domanda molto più scomoda perché riguarda tutti

L’intelligenza artificiale promette una cosa che le imprese cercano da sempre: fare alcune attività più velocemente. Preparare una prima bozza di un documento, sintetizzare grandi quantità di informazioni, cercare correlazioni nei dati, tradurre, classificare, generare ipotesi, automatizzare procedure ripetitive o supportare programmazione, progettazione, analisi e customer service. Ma qui nasce un paradosso: che cosa faremo del tempo che riusciremo a risparmiare? Se una persona impiegava quattro ore per svolgere un’attività e, grazie all’AI, ne impiega due, abbiamo almeno due possibilità. La prima è riempire immediatamente quelle due ore con altre attività, altre e-mail, altre riunioni, altri obiettivi. La seconda è utilizzare una parte di quel tempo per fare meglio ciò che la tecnologia non può semplicemente accelerare: pensare, confrontarsi, creare, ascoltare un cliente, formare un collaboratore, progettare, controllare la qualità delle decisioni.

Una rassegna dell’ILO pubblicata nel giugno 2026 sulle evidenze empiriche disponibili rileva che i guadagni di produttività legati all’AI generativa esistono, ma sono ancora disomogenei e non sempre verificati. I risparmi di tempo riportati dai lavoratori, inoltre, non si sono automaticamente tradotti in aumenti misurabili di produzione, reddito o occupazione. Quindi installare uno strumento di intelligenza artificiale non significa automaticamente diventare un’azienda più produttiva, la tecnologia può rendere veloce un processo inefficiente senza renderlo migliore. E questa, per chi guida un’impresa, è forse una delle riflessioni più importanti: prima di automatizzare un processo dovremmo domandarci se quel processo abbia ancora senso, altrimenti rischiamo semplicemente di fare più velocemente cose inutili.

Non scomparirà il lavoro ma cambierà il valore delle competenze

Anche le previsioni del World Economic Forum raccontano un mercato del lavoro in forte movimento, non semplicemente in contrazione.

Il Future of Jobs Report 2025, basato sulle aspettative raccolte presso oltre mille grandi datori di lavoro e integrate con dati occupazionali ILO, stimava che le grandi trasformazioni economiche, tecnologiche, demografiche e ambientali potessero portare entro il 2030 alla creazione di 170 milioni di posti di lavoro e allo spostamento di 92 milioni, con un saldo netto positivo di 78 milioni. Sono naturalmente proiezioni, non certezze, e soprattutto non riguardano esclusivamente l’AI.

Ma c’è un altro dato che considero ancora più significativo: secondo le imprese intervistate, quasi il 40% delle competenze richieste sul lavoro potrebbe cambiare entro il 2030. Crescerà l’importanza delle competenze tecnologiche, AI, big data, cybersecurity, ma continueranno a essere considerate decisive anche capacità umane come pensiero creativo, flessibilità, resilienza e collaborazione.

Ed è qui che vedo la vera rivoluzione. Per anni abbiamo costruito moltissime professionalità attorno alla capacità di produrre qualcosa: una relazione, una presentazione, un’analisi o un progetto. Se una macchina può aiutarci a produrre una parte crescente di questi contenuti, il valore umano si sposterà progressivamente verso altre capacità: scegliere, verificare, interpretare, contestualizzare, assumersi responsabilità. Avere una risposta diventerà sempre meno difficile, sapere se quella risposta è corretta, pertinente, eticamente accettabile e utile potrebbe diventare molto più importante.

Formulazione e alfabetizzazione sull’AI

Quando parliamo di formazione sull’intelligenza artificiale, corriamo un altro rischio: ridurla alla conoscenza degli strumenti, come scrivere un prompt, come utilizzare una piattaforma, come automatizzare una procedura, tutto utile, ma insufficiente.

L’alfabetizzazione all’AI sta diventando anche un tema organizzativo e normativo: nell’Unione europea l’AI Act prevede obblighi per provider e deployer affinché adottino misure volte a garantire un adeguato livello di alfabetizzazione sull’AI delle persone che utilizzano i sistemi per loro conto, tenendo conto delle conoscenze, dell’esperienza e del contesto di utilizzo.

Ma alfabetizzazione, secondo me, non può significare semplicemente sapere dove cliccare, vuol dire comprendere almeno in parte che cosa stiamo delegando alla macchina, conoscere i limiti dello strumento, sapere che un sistema può produrre una risposta plausibile ma sbagliata, proteggere informazioni riservate e dati personali, riconoscere i bias. Per questo credo che nel futuro una delle competenze più importanti sarà il giudizio. Una parola apparentemente antica nell’epoca dell’intelligenza artificiale e invece modernissima.

C’è però un aspetto del dibattito sull’AI che mi interessa particolarmente e riguarda i giovani. Molte attività considerate ripetitive sono state storicamente anche attività attraverso le quali si imparava un mestiere: il giovane professionista preparava la prima analisi, il neoassunto sistemava i dati, il collaboratore junior scriveva la prima bozza, non erano sempre attività entusiasmanti, ma erano spesso palestre professionali. Che cosa accade quando proprio quelle attività vengono affidate per prime all’intelligenza artificiale? È una questione tutt’altro che risolta e la stessa ILO, nella rassegna pubblicata nel 2026, indica tra i rischi emergenti proprio l’erosione di alcune opportunità occupazionali per i lavoratori più giovani. Per le aziende significa affrontare un problema nuovo perché non possiamo dire ai giovani: “L’AI farà i lavori più semplici al posto vostro” e contemporaneamente aspettarci che diventino professionisti esperti senza costruire nuovi percorsi attraverso i quali possano fare esperienza. Dovremo ripensare apprendistato, mentoring, affiancamento e formazione in quanto non possiamo automatizzare i gradini più bassi della scala e poi stupirci se nessuno riesce più a salire quelli successivi.

Cambierà il potere organizzativo?

C’è poi un’altra conseguenza di cui parliamo ancora troppo poco: se l’intelligenza artificiale rende accessibili conoscenze, analisi e strumenti che un tempo erano concentrati in poche funzioni aziendali, anche il potere organizzativo cambia.

Il capo che costruiva la propria autorevolezza soprattutto sul possesso delle informazioni potrebbe scoprire che quelle informazioni sono diventate molto più accessibili. Il manager del futuro dovrà essere quello capace di fare domande migliori, avere competenze differenti, distinguere un dato da un’interpretazione, decidere nell’incertezza, assumersi la responsabilità della scelta e costruire fiducia. E soprattutto di mantenere le persone dentro il processo di trasformazione, perché l’innovazione tecnologica fallisce spesso quando viene vissuta come qualcosa che arriva sulle persone, invece che essere costruita con le persone.

C’è un paradosso che trovo affascinante, più le macchine diventano capaci di svolgere attività che consideravamo “intelligenti”, più siamo costretti a domandarci che cosa abbia davvero valore nel contributo umano. Una macchina può generare rapidamente cento idee ma chi decide quale vale la pena perseguire? Può sintetizzare migliaia di informazioni ma chi comprende quale informazione conta davvero in quella particolare situazione? Può suggerire una decisione ma chi ne assume le conseguenze? Può simulare empatia attraverso il linguaggio ma non vive la responsabilità di una relazione.

Ed è per questo che non credo affatto che il futuro del lavoro sarà una competizione semplicistica tra esseri umani e macchine. Sarà molto più probabilmente una continua ridefinizione del confine tra ciò che conviene affidare alla tecnologia e ciò che vogliamo continuare ad affidare alle persone, e quel confine non sarà soltanto tecnico, ma culturale, organizzativo ed etico.

E nelle fabbriche cosa succederà con l’avvento dell’AI?

Da imprenditrice manifatturiera, questo tema mi interessa particolarmente perché quando si parla di AI si finisce spesso per immaginare soltanto persone davanti a un computer. Ma l’intelligenza artificiale può entrare anche nella manifattura: nella progettazione, nell’analisi dei dati produttivi, nel controllo dei processi, nella manutenzione, nella logistica, nella previsione, nello sviluppo prodotto. Questo vuol dire che anche molte professioni industriali potranno diventare sempre più ibride: conoscenza del materiale e capacità digitale, esperienza e dati, manualità e tecnologia, competenza tecnica e capacità di interpretazione. Ed è proprio nelle PMI manifatturiere italiane che questa sfida potrebbe essere particolarmente interessante.

Abbiamo un patrimonio enorme di conoscenze tacite: persone che “sentono” un materiale, riconoscono un difetto, comprendono una lavorazione attraverso anni di esperienza. La sfida dovrebbe essere farlo dialogare con la tecnologia prima che vada perduto.

Intelligenza artificiale e parità di genere

Esiste infine un elemento che, occupandomi da anni di parità di genere, non considero affatto marginale: l’esposizione all’AI non è distribuita uniformemente.

Gli studi ILO mostrano differenze significative anche per genere, legate soprattutto alla diversa distribuzione di uomini e donne nelle professioni e alla maggiore presenza femminile in alcune occupazioni impiegatizie particolarmente esposte all’AI generativa. Anche questa transizione, quindi, può ridurre oppure amplificare disuguaglianze esistenti, la tecnologia non è automaticamente inclusiva ma lo diventa se costruiamo le condizioni perché lo sia.

Per questo, se dovessi iniziare oggi una discussione sull’intelligenza artificiale con imprenditori, manager e lavoratori, partirei dalle domande:

·       Quali attività non producono realmente valore?

·       Quali potremmo affidare alla tecnologia?

·       Quali competenze vogliamo invece rafforzare nelle persone?

·       Come utilizzeremo il tempo liberato?

·       Come formeremo chi rischia di rimanere indietro?

·       Come continueranno a imparare i giovani?

·       Che tipo di organizzazione vogliamo diventare grazie a questa tecnologia?

L’intelligenza artificiale non ci obbliga soltanto ad adottare nuovi strumenti ma a ripensare il lavoro

Abbiamo organizzazioni piene di persone che lamentano di non avere tempo e, contemporaneamente, giornate occupate da riunioni inutili, procedure ridondanti, e-mail interminabili e attività a basso valore aggiunto.

Se utilizzeremo l’AI soltanto per produrre più velocemente, avremo perso una grande occasione. Se invece la utilizzeremo per restituire alle persone spazio per pensare, creare, imparare, decidere, collaborare e costruire relazioni, allora la rivoluzione sarà molto più interessante perché potremmo finalmente domandarci quale lavoro merita ancora di essere fatto dagli esseri umani.

Che cosa sceglieremo di fare noi, quando una macchina potrà fare una parte sempre maggiore di ciò che facevamo ieri? La risposta non la darà l’intelligenza artificiale, quella, almeno, resta una responsabilità indiscutibilmente umana.

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