C’è una domanda che facciamo spesso alle donne che hanno delle posizioni apicali o di responsabilità, o ricoprono ruoli importanti: “Come sei riuscita a fare carriera?” Molto più raramente ne facciamo un’altra: “E se una donna non volesse farla?”
Sembra quasi una provocazione, soprattutto dopo decenni trascorsi, giustamente, a rivendicare il diritto delle donne a entrare nei luoghi del potere, a diventare dirigenti, imprenditrici, professioniste, scienziate, rettrici, magistrate, presidenti. Abbiamo combattuto perché una donna potesse ambire a tutto, e lo stiamo ancora facendo, non abbiamo raggiunto ancora la piena parità di opportunità tra uomini e donne. E allora può sembrare contraddittorio chiedersi se abbia anche il diritto di non ambire a tutto. Eppure, credo che proprio qui si misuri la libertà, perché la parità non consiste nel sostituire un obbligo con un altro.
Non siamo passate dal modello della donna che “deve stare a casa” a quello della donna che “deve necessariamente fare carriera”.
La libertà è poter scegliere, ma c’è un problema
Capire quando quella scelta è davvero nostra.
Partiamo da una cosa semplice che, però, nel dibattito sul lavoro tendiamo qualche volta a dimenticare: non tutte le persone desiderano la stessa cosa.
C’è chi vuole crescere rapidamente, assumere responsabilità, guidare un’organizzazione, aumentare il proprio reddito, coordinare persone, prendere decisioni importanti. E c’è chi desidera fare bene il proprio lavoro senza trasformarlo nel centro della propria identità. Chi preferisce avere più tempo, chi non vuole gestire persone e chi invece cerca stabilità più che avanzamento.
Ci sono poi persone che considerano il successo professionale importante, ma non prioritario, e quelle che a un certo punto della vita, decidono che la propria energia vogliono investirla altrove. Non c’è nulla di sbagliato.
Il problema nasce quando attribuiamo un valore morale alle scelte professionali
Chi sale è ambizioso, chi rimane dov’è si accontenta. Chi accetta una promozione ha coraggio, chi la rifiuta manca di determinazione. Non funziona così. Si può crescere diventando più competenti senza diventare responsabili di qualcuno. Si può acquisire autorevolezza senza acquisire un titolo. Si può essere una persona fondamentale per un’organizzazione senza sedere ai vertici. E soprattutto si può avere una vita piena senza avere un curriculum sempre in salita.
A questo punto però dobbiamo farci una domanda scomoda. Quando una donna dice: “Non mi interessa fare carriera”, dovremmo rispettare la sua scelta. Ma come società e come organizzazioni dovremmo avere il coraggio di farci anche una seconda domanda: è davvero una scelta o è un adattamento?
Perché esiste una differenza enorme tra dire: “Potrei farlo, avrei le stesse opportunità, ma non lo desidero” e pensare: “Non posso permettermelo”.
Non posso perché a casa il lavoro di cura ricade prevalentemente su di me; perché una promozione significherebbe una disponibilità incompatibile con la mia vita. Non posso perché nell’organizzazione in cui lavoro essere dirigente significa necessariamente essere reperibile sempre; perché ho visto altre donne pagare la maternità in termini di opportunità professionali o perché non mi sento abbastanza preparata. Ecco perché il tema è molto più complesso del semplice diritto di scegliere.
Una rinuncia può sembrare una scelta individuale mentre è stata costruita, lentamente, dalle condizioni intorno a noi
I dati sul lavoro continuano a mostrarci che la parità sostanziale non è ancora raggiunta.
In Italia il divario occupazionale tra uomini e donne rimane significativo e la distribuzione del lavoro familiare e di cura continua a essere squilibrata. E questo conta moltissimo quando parliamo di carriera, in quanto la carriera non si costruisce soltanto attraverso talento e competenze, essa richiede anche tempo, disponibilità, formazione, possibilità di rimanere qualche volta più a lungo, o di partire.
Se una persona dispone di queste possibilità e l’altra molto meno, possiamo davvero considerare identiche le loro condizioni di partenza?
È anche per questo che parlare di conciliazione e condivisione delle responsabilità familiari vuol dire parlare di lavoro, autonomia economica, opportunità e carriera.
Negli ultimi anni abbiamo utilizzato molto una parola: empowerment, ed è una parola importante
Empowerment sta ad indicare che dobbiamo creare le condizioni affinché le persone acquisiscano maggiore consapevolezza, capacità di scelta e possibilità di incidere sulla propria vita. Ma dobbiamo stare attente a non trasformarla in una nuova prestazione richiesta alle donne: sii indipendente, ambiziosa, diventa leader. Tutto giusto, quando serve ad aprire possibilità, ma molto meno giusto quando diventa un altro elenco di aspettative alle quali conformarsi.
Una donna non è emancipata perché diventa amministratrice delegata, lo è quando può scegliere di provarci oppure no senza che il suo genere decida al posto suo.
Non abbiamo lavorato sulla parità perché tutte le donne arrivassero ai vertici, lo abbiamo fatto e dobbiamo continuare a farlo perché essere donna non renda più difficile arrivarci per chi lo desidera.
Probabilmente dovremmo mettere in discussione anche la parola carriera. Per molto tempo l’abbiamo immaginata come una scala. Entrare, salire, ottenere un titolo, gestire più persone, guadagnare di più, avere più potere. Un movimento quasi esclusivamente verticale, ma il lavoro contemporaneo ci sta mostrando percorsi molto meno lineari.
Ci sono persone che scelgono di approfondire una competenza invece di diventare manager. Altre cambiano settore. Altre ancora riducono temporaneamente il proprio impegno e poi ripartono. C’è chi lascia un ruolo prestigioso perché non è più coerente con la vita che desidera. Dovremmo smettere di considerare queste traiettorie come deviazioni. Una carriera può avere accelerazioni, soste, cambiamenti di direzione e soprattutto può avere una misura diversa per ciascuno. Dobbiamo iniziare a chiedere alle persone: “Che rapporto vuoi avere con il tuo lavoro?”.
Da imprenditrice, mi interrogo anche sulle aziende perché c’è una responsabilità che riguarda chi guida le organizzazioni. Se una donna rifiuta una posizione di responsabilità, la risposta non può essere automaticamente: “Non è abbastanza ambiziosa”. Dobbiamo chiederci anche che tipo di posizione le stiamo proponendo. Abbiamo costruito ruoli di responsabilità compatibili con una vita normale? Oppure continuiamo ad associare la leadership alla presenza senza limiti, alle riunioni fuori orario, alla reperibilità permanente, alla disponibilità come dimostrazione di fedeltà? Perché se per fare carriera una persona deve dimostrare di non avere altro nella propria vita, il problema non è soltanto delle donne, è il nostro modello organizzativo e riguarda anche gli uomini.
Un uomo che desidera dedicare tempo ai figli dovrebbe poterlo fare senza essere considerato meno ambizioso. Un padre che utilizza pienamente un congedo non dovrebbe sentirsi meno affidabile. Una dirigente che chiede flessibilità non dovrebbe dover dimostrare il doppio per rassicurare qualcuno sulla propria dedizione. La vera trasformazione arriverà quando cura e carriera smetteranno di essere considerate due forze necessariamente contrapposte.
Credo, comunque, che sia utile essere sincere con noi stesse. Qualche volta diciamo di non volere qualcosa perché abbiamo paura di non esserne capaci. Non è una caratteristica esclusivamente femminile, naturalmente. Ma sappiamo quanto stereotipi, aspettative sociali e minore riconoscimento possano incidere sulla percezione delle proprie possibilità. “Non fa per me.”, “Non sono pronta.”, “Ci sarà sicuramente qualcuno più competente.”, “Non saprei gestirlo.”. Sono frasi che meritano almeno una domanda in più per distinguere un “non voglio” da un “non credo di potercela fare”.
Nel primo caso c’è una scelta. Nel secondo potrebbe esserci un potenziale che non abbiamo ancora avuto il coraggio, l’occasione o il contesto giusto per riconoscere. Per questo servono organizzazioni capaci non soltanto di valutare chi si propone, ma anche di vedere chi tende a rimanere un passo indietro.
Abbiamo bisogno di smettere di utilizzare un’unica misura del successo
Per qualcuno successo significa guidare un’azienda, per qualcun altro significa avere un lavoro interessante e tornare a casa alle cinque, per altri guadagnare molto o avere tempo. Nessuna di queste scelte è automaticamente superiore alle altre. La questione fondamentale è che siano scelte consapevoli e non destini assegnati perché c’è una frase che abbiamo detto alle donne per troppo tempo: “Questo non è per te”. Oggi dobbiamo stare attente a non sostituirla con un’altra: “Questo deve essere per te”.
Quindi, una donna può scegliere di non fare carriera? Assolutamente sì. Può scegliere di non diventare dirigente, di non volere più responsabilità, di privilegiare altri aspetti della propria vita. Può persino cambiare idea: desiderare moltissimo la carriera a trent’anni e molto meno a cinquanta, oppure non volerla a trenta e scoprirne il desiderio più avanti. Ma perché quella scelta abbia davvero valore dobbiamo costruire un mondo del lavoro nel quale possa essere pronunciata dopo che tutte le altre porte sono state aperte. “Non voglio” ha un significato completamente diverso da “non posso”. Ed è questa la distinzione sulla quale dovremmo lavorare.
La parità non sarà raggiunta quando tutte le donne vorranno comandare, diventare dirigenti o sedere nei consigli di amministrazione. Sarà raggiunta quando una donna potrà ambire al vertice senza essere considerata troppo aggressiva, scegliere di fermarsi senza essere considerata poco ambiziosa, diventare madre senza essere considerata meno disponibile e non diventarlo senza dover dare spiegazioni. Quando potrà cambiare idea o potrà scegliere il proprio modo di stare nel lavoro senza che qualcun altro stabilisca quale debba essere.
Abbiamo parlato così tanto del diritto delle donne a fare carriera che rischiamo di dimenticare il punto da cui tutto è partito: chiedere alle donne finalmente di essere libere di decidere dove andare.












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